Genitori Fopponino


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Quando un figlio dice: “Oggi non vengo a Messa”

Lettera di una lettrice a “Famiglia Cristiana”. Risponde Fabrizio Fantoni.

Siamo genitori separati, ma abbiamo un ottimo rapporto. Quando nostro •figlio Ivan di 13 anni passa il fi•ne settimana con il papà non va a Messa, mentre io ci vado regolarmente. Ultimamente Ivan non vuole più venirci con me. Mi dice che si annoia e che è tempo perso. La sera non dice più le preghiere, anche se mi garantisce che continua a dirle da solo. Io insisto ma è una lotta, e se l’ho vinta, riesce comunque a farmi arrivare in ritardo.
LORETTA

Cara Loretta, la messa in discussione di ciò che si è imparato da bambini è uno dei segnali più tipici dell’adolescenza. Ciò che andava bene fino a ieri, oggi è inaccettabile. Il rifiuto della pratica religiosa diventa così un modo per affrancarsi dall’infanzia e affermare la propria autonomia. È meglio però non farsi trascinare nella sfida e nella lotta per vincerla. Già la sola preoccupazione della mamma per Ivan segnala la sua attenzione e diviene testimonianza della sua fede, con cui il ragazzo dovrà fare i conti. Per il resto, non c’è una regola fissa di comportamento. Ognuno conosce il proprio figlio e capisce se è opportuno insistere, sapendo che, magari brontolando, il ragazzo seguirà le indicazioni dei genitori, oppure, ed è la maggioranza dei casi, l’irrigidimento della mamma o del papà genera solo una forza uguale e contraria, di opposizione e netto rifiuto.
Piuttosto, se abbiamo a cuore la frequenza domenicale alla Messa, facciamo in modo che il ragazzo si leghi affettivamente all’ambiente della parrocchia, magari frequentando l’oratorio o praticando sport in esso, o allo scoutismo cattolico. La compagnia può facilitare la permanenza in un contesto di fede e la circolazione di riflessioni di natura religiosa. Anche noi adulti, accanto alla partecipazione all’Eucaristia, possiamo di tanto in tanto proporre qualche pensiero o qualche esperienza legata alla fede. Spesso si prova imbarazzo a parlarne, perché è una dimensione intima e personale. Ma questo non significa che sia un’esperienza individuale. La fede cristiana ha necessità della condivisione con una comunità di persone come noi in cammino, come avviene alla Messa. E, in quanto fede, si fonda sul riconoscimento che è Dio che, anche attraverso il nostro agire ma non solo, opera nella vita di ciascuno. Possiamo allora confidare che Dio stesso troverà il modo di rendersi presente nella vita dei nostri ragazzi. Non dimentichiamoci che i nostri figli, come ogni altra creatura, appartengono in primo luogo a Lui, poi a sé stessi, e solo in terza battuta a noi.
FABRIZIO FANTONI

Leggi l’originale qui: http://www.famigliacristiana.it/articolo/ribellione-alla-messa-la-comunita-facilita-la-fede.aspx


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“Inside Out” può rendervi genitori migliori. Ecco come

di Zoe Romanovsky su http://www.aleteia.org

Non capita tutti i giorni di vedere un popolarissimo cartone animato che, oltre a essere piacevole da guardare e intelligente, può fornire ottimi strumenti educativi ai genitori. Inside Out è tutto questo. La creazione della Pixar ha vinto proprio la settimana scorsa l’Oscar come Miglior film di animazione; secondo la mia opinione, così come quella di molti altri genitori, il premio è pienamente meritato.

Il film racconta la storia di una ragazzina di 11 anni di nome Riley, trasferitasi con i genitori dalla vita idilliaca del Minnesota ad una casa fatiscente e per nulla accogliente nel cuore di San Francisco. La maggior parte del film ha luogo nel cervello di Riley; qui incontriamo cinque personaggi che non solo gestiscono i suoi sentimenti e comportamenti, ma l’aiutano a convertire le esperienze in ricordi, che saranno archiviati e successivamente ripresi. Questi personaggi sono Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto e vivono una vera e propria avventura mentre provano a gestire il fatto che Riley abbia dovuto lasciare tutto ciò che ama per adattarsi a una nuova vita.

Inside Out spiega in modo eccezionale – semplificando, ma non per questo in modo sbrigativo e superficiale – come i sentimenti siano alla base dei comportamenti e come le esperienze plasmino i nostri ricordi e la nostra personalità. Iniziando dal momento della nascita (e più precisamente, questo è ovvio, dal momento del concepimento). Il film offre ai bambini un modo concreto per parlare dei loro sentimenti e delle ragioni dietro ai loro comportamenti. Attraverso il viaggio di Riley, e con le lezioni che Gioia e Tristezza imparano lungo il cammino, un bambino può iniziare a capire che è diffuso e normale che alcuni ricordi e alcune esperienze siano un insieme di emozioni. E che la vita vera non è mai priva di tristezza e di momenti difficili, ma nonostante ciò – anzi, in mezzo a tutto questo – è comunque possibile trovare gioia.

Mettendo da parte i bambini per un secondo, anche a molti degli stessi adulti non farebbe male sapere qualcosa di più sui principi delle neuroscienze. Le semplici lezioni presentate nel film conducono a una migliore comprensione dello sviluppo del cervello, sia nei bambini piccoli, che negli adolescenti che negli adulti.

Riusciamo a capire qua e là cosa passava per la testa dei genitori di Riley quando lei, durante una cena, stava rimuginando sul trasloco a San Francisco. Questo ci ricorda che essere un buon genitore comprende conoscere le proprie motivazioni per ciò che facciamo e diciamo. I ricordi tristi e dolorosi che ognuno di noi ha da adulto, le esperienze passate, i rancori repressi e le vergogne mai risolte (“Vergogna” sarebbe stato un nome più appropriato rispetto a “Disgusto”, per il personaggio del film) vengono risvegliati dai nostri bambini. La tristezza ci mette a disagio? Ci disconnettiamo emotivamente quando siamo arrabbiati? Siamo veloci nel porci sulla difensiva, o abbiamo paura della rabbia? Per essere un buon genitore non bisogna soltanto comprendere i nostri bambini, ma anche noi stessi.

Inside Out è stato particolarmente elogiato da diversi genitori adottivi (e affidatari). Il film ha dato a queste famiglie il modo per discutere di ricordi traumatici e delle cause reali dei comportamenti difficili. Sta aiutando genitori – e chiunque ami e lavori con bambini che hanno subito abbandono, rifiuto, abusi, traumi e altro – a comprendere meglio da dove vengono questi bambini per poterli condurre verso una guarigione interiore (facendo riferimento al linguaggio e alla storia di Inside Out, una scrittrice e madre di nome Cindy Foote ha scritto un eccezionale articolo su cosa avviene nella mente di molti bambini adottati; vale la pena leggerlo, anche se l’adozione non è parte della vostra vita).

Eppure non è necessario essere una famiglia con elementi che hanno sofferto traumi per trarre beneficio da Inside Out. Ogni bambino ha bisogno di un linguaggio per esprimere il proprio sentimento e il proprio umore, per comprendere che le emozioni come tristezza e rabbia sono salutari, anche se non è sempre facile gestirle. I bambini possono imparare che tutte le nostre esperienze vengono immagazzinate nel cervello, anche se ci sembra di non ricordarle, e che le nuove esperienze possono cambiare il modo in cui ricordiamo qualcosa del passato.

Se avete bambini più grandi di 4 anni e volete avviare alcune conversazioni costruttive sul fare i capricci o sull’avere emozioni contrastanti su qualcosa che è accaduto, vedete Inside Out insieme. Per me è stato un mezzo per poter parlare con i miei figli di sette anni, adottati da quando ne avevano quattro. Hanno trascorso un’intera serata disegnando e colorando la loro personalissima versione di Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, inserendo anche i loro ricordi e le loro “isole della personalità”. Una terapia a base di un po’ di attività artistiche a casa dà i propri frutti con i bambini, soprattutto quando ci sono delle “cose” su cui ragionare.

Adesso siamo tutti in attesa della seconda parte di Inside Out, in cui “Rabbia”, personaggio basso e dalla faccia rossa, possa condividere i suoi segreti più nascosti su come incanalare la rabbia in modo sano, senza scoppiare.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Leggi l’originale qui: http://it.aleteia.org/2016/03/09/inside-out-puo-rendervi-genitori-migliori-ecco-come/


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Quella ragazzina timida che non parla mai…

Dalla pagina facebook di Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, pubblichiamo la lettera di una mamma e la risposta del professore.

Gentilissimo Professore
Ho bisogno di vedere come vedi tu le cose.
Avrai nella tua classe quella ragazzina timida che non parla mai.
Quella che diventa rossa solo a guardarla e che spera di non incrociare mai il tuo sguardo per evitare qualsiasi domanda.
Quella che nelle interrogazioni fa una fatica da morire a spendere parole.
Dimmi di lei!
Dimmi di te con lei!
Sono la mamma di quella ragazzina che, quando la guarda silenziosa in casa, ama il suo modo attento e riservato ma quando torna dai colloqui a scuola è distrutta da quello che sembra un limite che le impedirà ogni cosa.
Se puoi ti ringrazio
A presto
C.

Gentilissima C.
grazie per le tue righe accorate, nelle quali riesco a intuire quanto una madre continui a portare i propri figli in grembo, con i dolori conseguenti. Ma una madre sa anche che i dolori sono per dare alla luce, anche se quella luce sembra abbagliare tua figlia. Le mie considerazioni saranno generiche, perché non posso dare consigli senza conoscere tua figlia e senza conoscere la famiglia in cui sta crescendo, ma visto che mi chiedi di dirmi di lei ci provo.
Viviamo in una cultura un cui i timidi sembrano spacciati. Io con quella ragazzina comincerei con il cambiare le parole, perché le rivoluzioni più importanti che so fare sono queste. “Timido” ha la stessa radice di “timeo” e indica la paura, invece io preferisco “riservato” (termine che tu hai usato), che viene da re-servare, cioè conservare più e più volte. Tra i “riservati” conosco le persone più riflessive, profonde, attente (hai usato tu anche questo termine), proprio per questo loro “passo indietro” rispetto al mondo, che consente loro di vedere molto di più di coloro che riempiono il mondo di schiamazzo: l’attenzione è la presenza del presente in noi, altrimenti restiamo in superficie e non ce lo godiamo mai. Da questo piccolo cambiamento verbale per me comincia il racconto di una possibilità: questo suo essere così non è solo un ostacolo, ma una risorsa. “Tu pensoso in disparte il tutto miri”, così Leopardi identificò se stesso con una creatura solitaria, che proprio per il suo essere “schivo”, “romito” e “strano”, si sentiva fuori dal mondo e avrebbe preferito essere come tutti gli altri. Eppure proprio questo gli consentì di scorgere ogni dettaglio, scrivere “Il passero solitario” e far sentire a casa tutti quelli che, simili a lui, vivono questa “separazione” da quella gioventù che “mira ed è mirata, e in cor s’allegra”.
Con una ragazzina così io lavorerei anche a tu per tu (ogni tanto quattro chiacchiere dedicate solo ad un ragazzo lo rimettono al mondo, spezzando il guscio di invisibilità), perché percepisca uno sguardo di padre sul suo mondo interiore che le confermi che non solo quel mondo è “guardabile”, ma è anche “amabile”. Per questo credo sia molto importante il ruolo di tuo marito. Le ragazzine, più dei ragazzini, hanno bisogno della figura paterna, proprio perché capace di trasmettere loro, questo è il codice maschile, quella capacità di affrontare la fatica del mondo con slancio esplorativo, a guardar fuori, mentre la madre le contiene, come ha fatto con il suo grembo, e le aiuta a guardar dentro. Con una ragazzina così privilegerei il lavoro scritto rispetto alle interrogazioni e per le interrogazioni magari creerei situazioni più semplici: basterebbe ascoltarla con una compagna con cui si sente a suo agio e a poco a poco fare dei passi in avanti, con la collaborazione della classe. Con una ragazzina così cercherei di capire dove questa riservatezza diventa vero e proprio ostacolo per la sua crescita, perché lei ne prenda coscienza e impari ad abitare questa condizione senza esserne schiacciata. Con una ragazzina così eviterei che il suo essere “così” sia sentito come un problema: chi percepisce su di sé lo sguardo “del problema” si sente sbagliato e non comincia la strada di accettazione di se stesso che è la base della maturazione, nei nostri occhi dovrebbe vedere la meraviglia che è il suo inedito essere al mondo. Senza forzature attenderei le stagioni, aiuterei la graduale presa di coraggio in territori in cui la bellezza nascosta possa comunque rendersi evidente, cercherei di capire come il dono dell’invisibilità possa essere veramente un dono, come ci raccontano tutte le favole antiche e recenti, gli anelli di Frodo, i mantelli di Harry Potter… Per far questo tu e tuo marito (insieme) dovete andare a parlare con gli insegnanti e allearvi con loro, per questa meravigliosa ragazzina, che troverà la sua strada, se si sentirà guardata senza sentirsi sbagliata in questo mondo di chiassose apparenze. Mi ricorda il bel personaggio di Violetta nel film di animazione Gli Incredibili: la forza per essere come si è la si trova in famiglia, non a scuola, è lì che questa ragazzina riconoscerà i suoi “superpoteri” da spendere nel mondo, anche quando sembrano essere debolezze insormontabili. Inoltre se gli insegnanti di tua figlia non sono in grado di “vederla”, e se dopo averli coinvolti in questo processo di crescita continuano a non vederla, cerca altri insegnanti disposti a “guardare” e quindi a “vedere”. A volte mi chiedo come si faccia a svolgere questo mestiere come se i ragazzi non esistessero…
A.


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I compiti: aiuto o ostacolo alla crescita?

Con piacere segnaliamo un incontro che si terrà nel nostro territorio. Martedì 1 Marzo alle 20.45 presso “il Centro della Spirale” in via Foppa, 4 le dott.sse Isabella Cadirola e Sara Pellegata, psicologhe, guideranno una serata sul tema: “I compiti: aiuto o ostacolo alla crescita?”. L’ingresso è libero.

La serata sarà anche l’occasione per presentare il percorso “Semi di Zucca”, rivolto a studenti dalle elementari alle superiori, che attraverso il sostegno allo svolgimento dei compiti promuove uno “stare bene per stare bene a scuola”.

Per informazioni: info@laspiralepsicologia.it


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“L’educazione è cosa di cuore”

Martedì 2 Febbraio alle ore 21 presso il Salone della Parrocchia di S. Francesco d’Assisi al Fopponino (via P. Giovio, 41 – Milano), incontro con don Domenico Storri, sacerdote e psicologo-psicoterapeuta, sul tema “L’educazione è cosa di cuore – Prevenire è meglio che curare!? Il metodo preventivo di don Bosco nell’educazione in famiglia”. Ingresso libero.


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Le vie per educare oggi

Ogni anno ci viene proposto di dedicare un tempo speciale al tema dell’educare: è la “Settimana dell’Educazione”, dal 21 al 31 Gennaio, posta sotto la protezione di sant’Agnese e di san Giovanni Bosco.

“Le vie per educare oggi” è il tema che guiderà le riflessioni e le proposte di questa Settimana. Parlare di “vie” ci permette di accostare l’educazione all’esperienza del cammino.

Camminare richiede innanzitutto di partire, uscire da se stessi, dalle proprie comodità, dalle proprie certezze. Chi resta fermo non educa.

Per camminare ci vuole una guida. Il cristiano sa che la sua guida è il Signore Gesù e la sua cartina è il Vangelo. Per diventare educatori, cioè guide per il cammino di altri, occorre imparare da Gesù, rimanere con lui come hanno fatto i discepoli sulle vie della Palestina.

La strada, in particolare nel contesto di oggi, appare però quanto mai incerta: tutto cambia rapidamente attorno a noi e non ci si può accontentare di ripetere vie già battute. Ci vuole perciò coraggio e insieme fiducia, mettendo in conto anche la fatica, perché senza fatica non si arriva da nessuna parte.

Infine per camminare ci vuole una meta da raggiungere: chi educa non deve stancarsi di indicare una destinazione alta e appassionante. Don Bosco prima di morire confidò ai suoi collaboratori: “Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso!”.

Quanto al programma della Settimana, la nostra Parrocchia proporrà due momenti specifici di formazione e di confronto: la prima per la “Comunità Educante”, che si ritroverà nella serata del 29 Gennaio per fare il punto sul cammino dell’Oratorio; la seconda per tutti i genitori, invitati all’incontro con don Domenico Storri il 2 Febbraio.

Tutta la comunità poi, sarà interessata da alcune iniziative: la Mostra sull’oratorio di don Bosco, allestita dal 24 al 31 Gennaio, e la “Festa della Famiglia”, che sarà Domenica 31.

E allora… buon cammino a tutti, per educare insieme!

Don Matteo

 


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Il sogno di Giuseppe, gesto d’amore

di padre Ermes M. Ronchi

Secondo il Vangelo di Luca l’Annunciazione è fatta a Maria, secondo Matteo l’angelo parla a Giuseppe. Chi ha ragione? Sovrapponiamo i due Vangeli e scopriamo che l’annuncio è fatto alla coppia, allo sposo e alla sposa insieme, al giusto e alla vergine innamorati.

Dio non ruba spazio alla famiglia, la coinvolge tutta; non ferisce l’armonia, cerca invece un sì plurale, che diventa creativo perché è la somma di due cuori, di molti sogni e moltissima fede. Dio è all’opera nelle nostre relazioni, parla dentro le famiglie, dentro le nostre case, nel dialogo, nel dramma, nella crisi, nei dubbi, negli slanci, nelle oasi di verità e di amore che sottraggono il cuore al deserto.

Maria si trovò incinta, dice Matteo. Sorpresa assoluta della creatura che arriva a concepire l’inconcepibile, il proprio Creatore.

Qualcosa che però strazia il cuore di Giuseppe: non volendo accusarla pubblicamente pensò di ripudiarla in segreto. Ma è insoddisfatto della decisione presa, perché è innamorato di Maria, e continua a pensare a lei, presente fin dentro i suoi sogni.

Giuseppe, l’uomo dei sogni, non parla mai, ma sa ascoltare il proprio profondo, i sogni che lo abitano: anzi, l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.

Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Non temere, non avere paura, sono le prime parole con cui nella Bibbia Dio apre il dialogo con gli uomini: la paura è il contrario della fede, della paternità, del futuro, della libertà. Perché Dio non fa paura; se hai paura, non è da Dio.

Giuseppe prende con sé la madre e il bambino, preferisce l’amore per Maria, e per Dio, al suo amor proprio. La sua grandezza è amare qualcuno più di se stesso, il primato dell’amore. Per amore di Maria, scava spazio nel suo cuore e accoglie quel bambino non suo. E diventa vero padre di Gesù, anche se non è il genitore. Generare un figlio è facile, ma essergli padre e madre, amarlo, farlo crescere, farlo felice, insegnargli il mestiere di uomo, è tutta un’altra avventura. Padri e madri si diventa nel corso di tutta la vita. L’annunciazione ha luogo nelle case. Al tempio Dio preferisce la casa, perché lì si gioca la buona battaglia della vita. Ogni giorno di vita offerto è una annunciazione quotidiana. Ogni figlio che nasce ci guarda con uno sguardo in cui ci attende tutta l’eternità. Dio ci benedice ponendoci accanto persone come angeli, annunciatori dell’infinito, e talvolta ” per i più forti tra noi ” ponendoci accanto persone che hanno bisogno, un enorme bisogno di noi. Ed è così che non ci lascia vivere senza mistero.

Leggi l’originale qui: http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Il%20Vangelo/Il%20sogno%20di%20Giuseppe,%20gesto%20d’amore.aspx?Rubrica=Il%20Vangelo


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Il messaggio di Francesco ai figli. E agli adulti

di Ernesto Olivero su “Avvenire” del 28.11.2015

Tutte le parole restano parole, ma quando le pronuncia un testimone vero crea silenzio, crea veramente ascolto. Sui giovani, nella mia esperienza, ho sentito dire tutto e il contrario di tutto. È di moda parlarne, ma spesso chi lo fa non è credibile, non smuove nulla. Per fortuna, ci sono delle eccezioni e il Papa è una di queste. Mi ha commosso sentire le sue parole, vedere i volti di chi lo ascoltava, sentire le domande di quei giovani africani, le loro attese e speranze così simili a quelle dei giovani che incontro ogni giorno in Italia, in Brasile, in Giordania.

Il cuore dei giovani è sempre quello, è la vera risorsa da cui partire. I giovani sono il vero patrimonio dell’umanità perché possono prendere il buono del passato e renderlo presente e futuro. Nei giovani sono seminati la santità, l’intraprendenza, il coraggio, le mille e mille opportunità di bene che possono davvero cambiare il mondo. Spesso queste risorse sono disconosciute, il mondo degli adulti non ama i giovani e quasi sempre li relega in un angolo. Agli adulti chiedo spesso: “Quanti giovani devono ancora morire di niente perché apriamo gli occhi? Quando smetteremo di contare le vittime della droga, di un sistema economico che affama, non lascia spazi, pregiudica vite? Per quanto tempo ancora?”. Eppure, anche i giovani devono fare la loro parte! Molte volte, specie in Occidente,sono loro i primi a negarsi una possibilità, un’opportunità di bene, un sì deciso a ciò che può dare senso.

Papa Francesco ha detto bene: spetta a loro scegliere. Scegliere come giocarsi la vita, scegliere tra il bene e il male, dire i “sì” e i “no” che contano, impegnarsi concretamente per la pace, la giustizia, la pienezza, per una società onesta, senza trucchi e favori. Il mondo ha bisogno di giovani così: giovani indomabili, giovani credibili, giovani che non hanno paura di pagare di persona, di affrontare la fatica, le avversità, le incomprensioni. Perché tutto può diventare un’opportunità. Il Papa chiede ai ragazzi un atteggiamento da «sportivi». E io sono d’accordo con lui. Mi colpisce il sacrificio di grandi atleti, calciatori, ma anche musicisti. Sono persone che per dare ali al loro talento spendono ore e ore di allenamenti, di fatica, di impegno. Ed è giusto così! Se questo metodo vale per un pallone e per uno strumento musicale, a maggior ragione dovrebbe valere per il cuore, per la vita, per l’interiorità.

Nulla è automatico, nulla nasce da solo, ma servono costanza, pazienza, un metodo che ti fa difendere un ideale con il cuore e con i denti.

Un metodo che ti fa camminare lentamente, ma decisamente verso il progetto di bene che solo tu puoi realizzare. Non è un’utopia, è possibile! Ma giovani così hanno bisogno di adulti pronti a credere in loro, pronti a scommettere sul loro ruolo, perché i giovani possono essere futuro nella misura in cui sono il presente. Ho ancora negli occhi e nel cuore la testimonianza di un ex bambino di strada che ho conosciuto qualche anno fa. Dopo anni di povertà e di solitudine, è stato accolto in una comunità cattolica dove la sua vita è fiorita. Oggi, Mike è un giovane adulto che a sua volta accoglie bambini di strada come lui.

«Non puoi salvarti da solo – mi diceva – non puoi cambiare vita senza un cuore che ti ascolti e una mano che ti aiuti a sollevarti dal fango». Ognuno di noi può essere quel cuore, quella mano. Possiamo aiutare a rompere i muri e gli schemi (sociali, culturali, tribali…) che isolano e imprigionano, separano e mortificano. Il Papa ce lo ricorda: possiamo davvero avere mani e cuori così, noi adulti possiamo essere padri e madri, capaci di usare bontà e severità, senza inganni e false promesse. Per generare vita vera.

Leggi l’originale qui: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/ernesto-olivero-il-messaggio-di-papa-francesco-ai-figli.aspx


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Giovani: sono loro i “nuovi credenti”?

di Claudio Cristiani su “Avvenire” del 22.11.2015

In un saggio comparso nel 2010 intitolato La prima generazione incredula, il teologo Armando Matteo ha affrontato con lucida schiettezza il problema della disaffezione dei giovani rispetto alla fede, attribuendo ad essi «una sordità che dice incredulità, ovvero un’assenza di antenne per ciò che la Chiesa è e compie, quando vive e celebra il Vangelo. Una sordità, poi, avallata da una cultura diffusa resasi ormai estranea al cristianesimo e da una recente ondata di risentimento anticattolico che non piccola presa ha proprio sulle nuove generazioni».

In effetti, alcune analisi condotte da sociologi e istituti di ricerca sembrano confermare questa tesi. Tesi che, però, non è del tutto condivisa da molti, tra gli altri da Alessandro Castegnaro, che a partire dalle indagini condotte con l’Osservatorio socio-religioso triveneto arriva a conclusioni più raffinate e che colgono sfumature tali da non permettere di liquidare i problemi dei giovani in ordine alla fede come una grossolana «assenza di antenne». Io sono convinto che la generazione dei giovani di oggi sia ben lontana dall’essere sorda o priva di «antenne» per captare l’annuncio delVangelo, anche se è evidente la distanza rispetto ai modi e al linguaggio con cui la Chiesa cerca di diffondere questo annuncio. Credo invece che sia la meglio disposta, da molti anni a questa parte, a riscoprire l’originalità del messaggio cristiano e a viverlo senza ipocrisie. È quella che può offrire a tutti, anche e soprattutto a chi giovane non è più (almeno anagraficamente), l’occasione imperdibile di riavvicinarsi quanto più possibile alla prima generazione dei credenti.

Anziché essere una «generazione incredula », quella dei giovani di oggi potrebbe invece trasformarsi nella prima generazione dei nuovi credenti, espressione di quella novità di cui la Chiesa (e con essa il mondo intero) ha bisogno. Serve però creare le condizioni affinché questo accada. Condizioni che iniziano a rendersi visibili, o almeno intuibili, nell’indirizzo che papa Francesco ha impresso al proprio pontificato. I messaggi che il papa sta lanciando sono tali da facilitare e incoraggiare un riavvicinamento dei giovani (e non solo dei giovani) alla fede. E non è un caso che papa Francesco abbia approfittato soprattutto della XXVIII Giornata della gioventù a Rio de Janeiro, nel luglio del 2013, per rendere più chiari e leggibili, attraverso i suoi gesti e i discorsi rivolti ai giovani, i criteri ispiratori della sua missione e la visione di Chiesa con la quale saremo chiamati a confrontarci nei prossimi anni.

Una visione di Chiesa resa ancora più esplicita nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, in cui il papa esprime quale dovrebbe essere il nuovo approccio nei confronti dei giovani: «La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati».

Il tempo che stiamo vivendo appare veramente come un kairós, un «tempo di grazia», il «tempo giusto» per un nuovo rapporto tra i giovani e la fede. Abbiamo tutti la percezione di vivere in un contesto di Chiesa che pare apprestarsi a vivere una stagione nella quale i giovani vengono invitati a «fare rumore» (come ha detto il papa a Rio de Janeiro), a farsi sentire, a dire non solo le loro attese e i loro bisogni, ma anche le loro proposte, che Francesco in prima persona dichiara di non volere ignorare. Tutto questo merita attenzione. E soprattutto fa intendere che non solo è possibile, ma in questo momento è nevralgico e decisivo parlare non solo del rapporto tra i giovani e la fede, ma anche del rapporto tra i giovani e la fede vissuta dentro questa Chiesa, la Chiesa di papa Francesco.

Certo, la percezione immediata che si ha guardando il mondo dei ragazzi e dei giovani non incoraggia granché a sperare in una rinnovata e diffusa adesione alla fede cristiana. Parlo dei ragazzi e dei giovani in generale, non di quelli che siamo abituati a vedere osannanti al seguito del papa, o in altri raduni religiosi ai quali molti accorrono in massa. Senza nulla togliere, naturalmente, al coraggio e alla sincerità di coloro che, come a Rio de Janeiro, sanno dire in modo così aperto e limpido la loro adesione al messaggio evangelico.

Secondo un’indagine Iard condotta nel 2010, tra i giovani italiani di età compresa fra i 18 e i 29 anni, il numero di coloro che si dicono non credenti o agnostici è aumentato dal 2004 (dal 18,7 al 21,8%) ed è in continua crescita. Il dato è confermato da un’altra indagine del 2013 promossa nell’ambito di Rapporto giovani – una ricerca sulle nuove generazioni curata dall’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore –, dalla quale emerge che, tra i giovani fra i 19 e i 28 anni, a fronte di un 56% di coloro i quali ritengono che la dimensione religiosa in generale sia importante nella vita di una persona, il 15,2% si dichiara ateo e il 7,8% agnostico. Insomma, un buon 23% di giovani della religione non ne vuole sapere.

In crescita (secondo l’indagine Iard 2010) è anche il numero di coloro che non si vogliono identificare in nessuna Chiesa, men che meno in quella cattolica (dal 12,3 al 22,8% tra il 2004 e il 2010). Se poi è vero, come mettono in risalto alcune ricerche compiute da sociologi «indipendenti» (le cui indagini, cioè, non sono commissionate e in qualche misura condizionate da istituzioni religiose), che la percentuale dei giovani sopra i 15 anni che partecipano attivamente alla vita della Chiesa (catechismo, celebrazioni religiose, eccetera) o- scilla intorno al 5% (rispetto ai quali però Rapporto giovani oppone un 15,4% di giovani che frequentano la messa almeno una volta alla settimana), il panorama appare ancora più sconfortante.

A preoccupare non dovrebbe essere tanto il fatto che i giovani disertano le chiese (anche l’ottimistico 15,4%, infatti, non è un risultato che si possa definire brillante!). Questo allontanamento dalla pratica religiosa è solo la manifestazione evidente di qualcosa di ben più profondamente allarmante, e cioè che è grandissimo ed è in continuo aumento (ormai è la quasi totalità) il numero di giovani che da tempo non ha più o non ha mai avuto un approccio significativo e autentico con la figura di Gesù Cristo e con il suo Vangelo. E questo è qualcosa  che va ben al di là della misurazione della partecipazione alla messa domenicale…

Di questi e, soprattutto, a questi giovani bisogna ricominciare a parlare: alla grandissima maggioranza di coloro che sono considerati e/o si sentono «lontani» e invece sono (e non sanno di essere) veramente «vicini», forse i più vicini (almeno se vogliamo fare ancora riferimento alla «logica» del Vangelo). Senza neppure dimenticare coloro che riteniamo essere «vicini» e invece si stanno allontanando, magari senza accorgersene, senza volerlo, eppure trascinati da chissà quali forze dentro o fuori di loro.

Per questi giovani «lontani-vicini» o «vicini- lontani», come amava dire il cardinal Martini, non si fa abbastanza, o forse nulla: non li si va a cercare, non li si incontra, non ci si mette sulla loro lunghezza d’onda, non si intercetta il loro linguaggio e non si va in profondità nel comprendere di che cosa hanno veramente bisogno. Si adottano «strategie» vecchie, inadeguate, alla fine inefficaci, perché messe in atto senza ascoltare davvero.

Il problema, insomma, non è tanto il fatto che i giovani non avrebbero più «antenne» per ricevere il messaggio evangelico trasmesso dalla Chiesa, ma è piuttosto quest’ultima che ha ormai «antenne» arrugginite, incapaci di veicolare ai giovani l’annuncio evangelico. «Antenne » che possono di sicuro tornare capaci di lanciare segnali percepibili da parte delle nuove generazioni, a condizione però di sintonizzarsi su frequenze diverse rispetto a quelle usate negli ultimi decenni. Senza illudersi che sarà facile, perché facile non sarà, e le resistenze da vincere, anche all’interno della Chiesa, non saranno di poco conto. E già si è visto, in qualche occasione.

Leggi l’originale qui: http://mobile.avvenire.it/Cultura/Pagine/GIOVANI-.aspx


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“Ragazzi e smartphone: ripartiamo dal buon senso”

di Gigio Rancilio su http://www.avvenire.it

Come si usa uno smartphone? Ecco: se avessimo davanti i 22 ragazzi della scuola media di San Francesco al Campo, nel Torinese, sospesi – alcuni per un giorno e la maggior parte solo per alcune ore – gli faremmo innanzitutto questa domanda. E la faremmo anche a quei genitori che sono accorsi in difesa dei loro figli, definendo eccessiva la decisione della preside e accusando la scuola di aver guardato nei telefonini degli alunni, violando la privacy dei ragazzi. Perché in questa vicenda, dove degli alunni hanno filmato i professori coi cellulari e li hanno derisi su Whatsapp (per di più durante le ore di scuola), la cosa che emerge con più forza è la loro evidente mancata conoscenza di quel potentissimo mezzo che è uno smartphone.
Saper accendere un telefonino e sapere tutto sull’ultima app o su come si usa Whatsapp, non significa infatti sapere come si usa correttamente. Quando gli adulti di oggi erano bambini, i loro genitori gli insegnavano che non si usa l’asciugacapelli se si hanno i piedi bagnati o a mollo nell’acqua della vasca da bagno. Oppure che non si mettono le dita in una presa elettrica se non si vuole finire fulminati. Tra loro c’erano pochissimi elettricisti, eppure quei consigli hanno salvato decine di giovani vite. Nascevano dal buon senso e dalla pratica quotidiana. Ecco, se vogliamo (ri)partire col piede giusto dobbiamo (ri)cominciare da qui. Innanzitutto smettiamola di delegare solo alla scuola e agli esperti certi insegnamenti. Facciamoli pure i seminari e le lezioni sull’uso dei media e sulla privacy. Ma i genitori si ricordino che non occorre saper usare uno smartphone, conoscere i social e tutte le “app” per dare consigli utili in merito. Così come non occorre essere un avvocato esperto di diritto sulla privacy per insegnare ai figli quali sono i confini che non vanno oltrepassati. Basta ripartire dai consigli delle nostre mamme, ormai diventate nonne, nate e cresciute senza che esistessero gli smartphone: rispetta se vuoi essere rispettato; non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
Deridere un professore via Whatsapp, fotografare compagni e compagne in pose magari “hot” o farsi selfie volgari non c’entra nulla con l’essere “tecno” o “moderni”. C’entra moltissimo – e soprattutto – con l’essere educati. Alla vita e all’uso corretto degli strumenti.

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